Che l’assemblea dei fedeli, nella celebrazione dei sacri riti e specialmente nella santa messa, partecipi cantando in gregoriano le parti che le spettano, è non solo possibile, ma è anzitutto auspicabile.
La motivazione di tale auspicio è largamente dimostrabile, se non addirittura evidente. È infatti incomprensibile quanto è accaduto negli ultimi quaranta anni, specie nei paesi latini, relativamente alla messa al bando quasi assoluta del latino e del canto gregoriano. Incomprensibile e deprecabile.
Il latino e il canto gregoriano, intimamente uniti alle fonti bibliche, patristiche e liturgiche, fanno parte di quella “lex orandi” che si è forgiata nell’arco di quasi venti secoli. Perché una tale amputazione a cuor leggero? Sarebbe come tagliare le radici, ora che di radici tanto si parla.
Il canto gregoriano assembleare non solo può ma deve essere ripristinato, accanto a quello della “schola” e dei celebranti, se si vuole un ritorno alla serietà della liturgia, alla santità, bontà di forme e universalità che devono caratterizzare ogni musica liturgica degna di questo nome, come insegna san Pio X e ribadisce Giovanni Paolo II, senza mutare una virgola.
Come potrebbero mai delle cantilene melense, calcate sui modelli della più triviale musica leggera, sostituirsi alla nobiltà e robustezza delle melodie gregoriane, anche le più semplici, capaci di elevare il cuore del popolo alle regioni celesti?
È ora di rompere gli indugi, e dalle chiese cattedrali, dalle chiese maggiori, dai monasteri, dai conventi, dai seminari e case di formazione religiosa deve venire l’esempio illuminante. E così anche le umili parrocchie finiranno per essere contagiate dalla bellezza suprema del canto della Chiesa.
di Valentino Miserachs Grau